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Iva e Imu, urgenze «politiche» da 6-8 miliardi

Se l’agenda è quella dettata dalla politica, occorre mettere in campo subito dai 6 agli 8 miliardi. Ma abolire d’un colpo l’Imu sulla prima casa, come torna a chiedere con forza lo stato maggiore del Pdl (4 miliardi), rinviare l’aumento dell’Iva (2 miliardi da qui a fine anno, 4 miliardi a regime) è una sorta di mission impossible. Senza considerare che nel carnet delle urgenze compare la necessaria spinta alla crescita con sgravi immediati per chi assume, il pacchetto lavoro e il finanziamento di alcune spese indifferibili, come le missioni militari per gli ultimi quattro mesi dell’anno. Recuperare tale ingente mole di risorse in poche settimane richiederebbe un’azione di pari intensità interamente concentrata sul fronte della spesa corrente. Tradotto in poche parole, nuovi e poco auspicabili tagli lineari che oltre a essere recessivi colpiscono alla cieca. Ben altra strada è quella della spending review, e dunque dei risparmi selettivi chiesti da Bruxelles e ipotizzati dallo stesso Governo, il cui raggio d’azione è però necessariamente spalmato sul medio periodo.

In realtà, se l’agenda fosse dettata dalle emergenze vere, e dunque dal lavoro che non c’è, ecco che allora il tiro dovrebbe essere immediatamente spostato verso il potenziamento delle misure attese con il decreto di fine settimana, accompagnate da un primo segnale sul cuneo fiscale (2 miliardi per ogni punto). Il «piano nazionale per l’occupazione» che il governo punta a far proprio prima del vertice europeo del 27 e 28 giugno prova a dare risposta a questa emergenza, fermo restando il vincolo delle risorse, che non ci sono. I margini sul deficit 2013 sono già stati ampiamente utilizzati per prima tranche di debiti commerciali della Pa. Se le tensioni sul fronte del fabbisogno, emerse in maggio, rientreranno e la caduta del Pil non si accentuerà ulteriormente, saremo a quota 2,9% del Pil, dunque a un passo dal tetto massimo del 3 per cento. In caso contrario occorrerà correre ai ripari.

Il punto è che l’Italia non può giocarsi in pochi mesi il beneficio atteso dall’uscita dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo. Se sfondassimo il tetto del deficit, rientreremmo dal prossimo anno nel girone dei sorvegliati speciali, e dunque sarebbe vanificato ab imis quel margine di flessibilità sul quale si sta trattando in sede europea su investimenti pubblici produttivi e quota nazionale del cofinanziamento di progetti europei da scomputare dal calcolo del deficit. Con l’aggravante che dovremmo affrontare, di nuovo in procedura d’infrazione, i più stringenti vincoli previsti dal «Fiscal compact» sul rientro dal debito, che scatteranno dal 2015.

Qualche margine concreto si aprirà solo nel 2014. Per l’anno in corso, si potrà lavorare proficuamente sul versante delle semplificazioni e dello snellimento degli oneri burocratici che si frappongono all’attività d’impresa (il decreto «del fare» allo studio del Governo), trovando per l’Imu forme di autocompensazione all’interno del riordino complessivo della tassazione degli immobili. L’appuntamento decisivo si sposterà necessariamente al prossimo autunno, quando il governo impostando la legge di stabilità proverà – situazione politica permettendo – a impostare la propria strategia su un orizzonte almeno di medio periodo. Spazi di manovra potrebbero aprirsi quest’anno solo qualora i mercati decidessero di “premiare” l’azione del governo e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo con una diminuzione dello spread. Il minor onere per interessi potrebbe costituire quella valvola di riserva che tuttora si fatica a intravedere. Lo spread tornato ieri nei dintorni dei 280 punti base non è un buon segnale, anche se le tensioni sui mercati si devono ai timori sul pronunciamento della Corte costituzionale tedesca sul programma di acquisto di bond annunciato l’estate scorsa dalla Bce. La realtà è che il nostro debito pubblico non ammette distrazioni: siamo oltre il 130% del Pil, con il deficit a un passo dal 3% e il pareggio di bilancio conseguito solo in termini strutturali, dunque al netto delle variazioni del ciclo economico. A Bruxelles la linea è sostanzialmente questa: l’Italia può cominciare a fruire con prudenza di alcuni margini di flessibilità, ma senza recedere dalla disciplina di bilancio. Nessun assegno in bianco: flessibilità, in cambio di riforme.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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