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L’aliquota punta al 9,6 per mille

E per fortuna che l’Ici era la tassa più odiata dagli italiani. Dato che lamentarsi porta male, ecco l’Imu che diventa un macigno per i contribuenti, ancora più pesante dopo gli interventi dei Comuni che si stanno delineando in queste settimane. Il detonatore dell’esplosione fiscale è in una parola pericolosissima: moltiplicatori. Di fatto, il meccanismo di calcolo per l’Imu è identico a quello dell’Ici. Si prende cioè la rendita catastale aggiornata (rivalutata cioè del 5 per cento) e la si moltiplica per un certo valore. E questa è la base imponibile dell’Imu. Il problema è che questi moltiplicatori, per assicurare risorse extra allo Stato, sono aumentati mediamente del 60 per cento rispetto all’Ici. Poi, una volta determinata la base imponibile, entrano in scena le aliquote. Che in molti casi, anche grazie all’uso che i Comuni stanno per fare dei margini di scelta a loro concessi, contribuiscono a rendere ancora più pesante la nuova imposta. Per l’abitazione principale, l’aumento delle detrazioni (da 103,29 a 200 euro, più i 50 euro per ogni figlio convivente entro i 26 anni) assorbe l’effetto dei moltiplicatori per le case più piccole, ma a partire dai trilocali il conto sale e possono essere centinaia di euro in più. I rincari, poi, diventano una pioggia sull’aliquota cosiddetta «ordinaria», cioè quella che si rivolge a tutti gli immobili diversi dall’abitazione principale. Il 7,6 per mille fissato come punto di riferimento dalla legge si sta alzando verso quota 9,6 per mille in molti casi, quando non raggiunge il tetto massimo del 10,6 per mille. Quindi, tra l’aumento della base imponibile intorno al 60 per cento, l’entrata in scena dell’abitazione principale e la corsa dei Comuni all’innalzamento delle aliquote, ecco che in molti casi l’Imu risulterà il triplo dell’Ici. E del resto, rispetto all’Ici, erano previsti 12 miliardi in più e 10 miliardi (la metà del gettito ad aliquota base escluso quello derivante dall’abitazione principale) andrà allo Stato. Certo, con l’uso pesante delle aliquote è probabile che, alla fine, dal mattone si riesca a spremere parecchie centinaia di milioni in più. Gli esempi riportati in queste pagine sopra, basati sulle rilevazioni effettuate dal Sole 24 Ore, parlano chiaro: sulla prima casa non è certo possibile fare paragoni, dato che si parte da zero. Ma sulle abitazioni locate, sui negozi e sugli uffici si va dal doppio al triplo rispetto all’Ici. Inoltre, mai come ora le assurde differenze tra rendite catastali di diverse città per immobili in sostanza analoghi sono la prova della necessità di un intervento sulla base imponibile: che a Roma si paghi il 35% in più di Imu sulla stessa tipologia immobiliare di Milano appare veramente inspiegabile. Un altro fattore che salta agli occhi, nonostante il correttivo usato da quasi tutti Comuni, è l’importo minimo dell’aumento sulle case sfitte e sulle seconde case in generale. Quasi tutti i municipi si sono accorti del vantaggio ingiusto di cui godevano le case sfitte: con la scomparsa dell’Irpef sui redditi da fabbricati (assorbita dall’Imu), ad aliquote base diventa quasi più vantaggioso lasciare sfitta una casa piuttosto che affittarla. E con la crisi degli alloggi che attanaglia tutte le grandi città, questa non sembrava esattamente la prospettiva più intelligente. Risultato: in molti dei municipi interpellati dal Sole 24 Ore (si veda la pagina a fianco) c’è almeno un punto percentuale in più per le case vuote rispetto agli altri immobili, per arrivare almeno a pareggiare il conto con la vecchia Ici. Nei municipi c’è anche chi intende avventurarsi in differenze ancor più articolate, per esempio modulando l’aliquota a seconda della tipologia di proprietario (a Milano si pensa di colpire banche e assicurazioni, e di tutelare l’attività artigianale): in assenza di interpretazioni ministeriali, però, la concreta fattibilità di queste operazioni è tutta da verificare. Come resta da chiarire la questione degli acconti. La «prima rata» dell’Imu va pagata entro il 18 giugno (il 16, cioè la scadenza naturale, cade di sabato), ma i sindaci hanno tempo fino al 30 dello stesso mese per definire le loro scelte in materia fiscale. Per questa ragione, nelle prime bozze del decreto fiscale era spuntata una norma che prevedeva il pagamento dell’acconto in base alle aliquote di riferimento indicate dal decreto «Salva-Italia», per poi sistemare a conguaglio i conti in base alle richieste differenziate Comune per Comune. La norma, però, è saltata insieme al resto del pacchetto-Ici (il decreto approdato in «Gazzetta» riporta solo le regole per gli immobili all’estero), e il nodo dovrebbe essere affrontato nel corso della conversione in Parlamento. L’acconto ad aliquota standard darebbe un altro piccolo colpo alla liquidità dei Comuni, ma offrirebbe una strada certa ai contribuenti.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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