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Le strategie dei sindaci per alleggerire il prelievo

Non è solo il gettito a concentrare le attenzioni delle amministrazioni comunali, alle ricerca di spazi per i rudimenti di politica fiscale lasciati liberi dalle rigide griglie dell’Imu. I tempi sono piuttosto distesi, visto che le correzioni ad aliquote e regolamenti sono possibili entro il 30 settembre (mentre si profila anche il rinvio al 31 agosto del termine per i bilanci preventivi: si veda Il Sole 24 Ore del 14 giugno), ma nelle città il lavoro sulle regole è in corso da tempo e può offrire qualche spunto anche ai molti Comuni lontani dalla meta.
Assimilazioni
Insieme agli interventi al ribasso sulle aliquote per l’abitazione principale, le scelte sulle assimilazioni all’abitazione principale sono le uniche in grado di incidere già sull’acconto di oggi. L’Imu cancella tutte le “parificazioni” lasciate all’autonomia comunale dall’Ici, lasciandone in campo solo due: quella dedicata alle case sfitte di anziani o disabili lungodegenti o di contribuenti residenti all’estero.
La maggioranza delle città, da Milano a Trieste (dove l’aliquota è dello 0,39%), da Bologna a Brindisi e Cagliari passando per Firenze, sta puntando sulla prima forma di assimilazione, mentre i residenti all’estero sono trascurati quasi ovunque, perché il rapporto fra costi (perdita di gettito) e benefici politici pende a loro sfavore. Per incidere sul gettito, l’assimilazione dovrebbe essere prevista da una delibera definitiva, già approvata dal Consiglio comunale: l’assenza di sanzioni e interessi per chi “sbaglia” la somma da versare in acconto, però, può permettere ai contribuenti di considerare già anche le scelte in via di definizione, sanando al limite con il saldo di dicembre il fatto che la previsione di assimilazione non abbia trovato spazio nelle regole definitive.
Agevolazioni alla famiglia
L’assimilazione, però, non è l’unico strumento che i Comuni possono impiegare per dedicare qualche attenzione alle famiglie. Sempre sugli anziani, per esempio, la delibera di Parma varata dall’allora commissario Mario Ciclosi prevede l’applicazione dell’aliquota destinata al l’abitazione principale anche quando il proprietario abiti presso «un parente entro il terzo grado o un affine entro il secondo». Una norma di buon senso, che però potrebbe andare oltre i poteri concessi ai sindaci. A La Spezia, invece, si prevede un’aliquota ridotta dello 0,5% per le case concesse a titolo gratuito a figli (o a genitori: la norma parla di «parenti in linea retta di primo grado»), purché il proprietario non abbia ulteriori immobili. Una fattispecie, questa, che non può più essere assimilata all’abitazione principale, come accadeva con l’Ici, ma può comunque incontrare un trattamento agevolato rispetto alle seconde case “ordinarie”. Sempre nel capitolo famiglia, sono molti i Comuni che hanno introdotto un’aliquota più bassa di quella ordinaria per i coniugi separati non assegnatari della casa coniugale. L’intervento nasceva per non penalizzare più di tanto questi soggetti, ma è stato superato dall’evoluzione normativa dell’Imu che affida al coniuge assegnatario l’intero pagamento dell’imposta, con le aliquote e le detrazioni previste per l’abitazione principale.
Gli affitti
Sono molte le città che provano ad attenuare le storture presenti nelle regole dell’Imu sulle seconde case, che rispetto all’Ici riservano i rincari maggiori agli immobili affittati (peggio se a canone concordato), mentre quelli vuoti beneficiano dell’addio all’Irpef sui redditi fondiari. Per limitare il danno, molti Comuni differenziano le aliquote, come accade per esempio a Firenze, che assegna lo 0,76% alle abitazioni a canone concordato, lo 0,99% a quelle a canone libero e la richiesta massima dell’1,06% agli immobili vuoti. Scelta simile a Cagliari (0,96% i canoni concordati; 0,96% i canoni liberi; 1,06% gli immobili sfitti) mentre in altri casi, come a Bologna, la distinzione è solo fra canoni concordati (0,76%) e altre seconde case, tutte allineate al massimo. A Milano, invece, in settimana si dovrebbe capire se il Comune ha trovato i 20 milioni di euro necessari per escludere qualche categoria dall’aliquota massima.
Negozi e imprese
Gli immobili delle attività produttive sono l’altra grande categoria danneggiata dall’Imu. Anche in questo caso i Comuni possono intervenire ad alleggerire il problema, anche se non lo possono risolvere. Bologna “rinuncia” all’aliquota massima sui beni strumentali (si prevede lo 0,96%), e prevede una limatura ulteriore (0,94%) per i negozi in cui il proprietario svolge l’attività d’impresa. A Pavia, invece, si prevede un’aliquota super-leggera (0,46%) per le «arti e professioni» nei primi tre anni della loro esistenza. La Spezia, una delle città in cui il lavoro sulle aliquote ha portato le distinzioni più numerose, è invece uno dei pochi casi dove si sfrutta parzialmente la possibilità di agevolare i beni-merce, cioè gli immobili delle imprese costruttrici invenduti nei primi tre anni (l’aliquota prevista è lo 0,7%, rispetto a un minimo possibile dello 0,38%).

Fonte: Il Sole 24 Ore del lunedì

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