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Nessuno dice di sfoltire le regioni

Qualche accenno ai troppi enti locali, segnatamente all’aumento «dei costi per quelli con un numero inferiore di abitanti», si trova nella documentazione presentata dal governo. La segnalazione è inserita fra le «anomalie della spesa pubblica». Benissimo. Se per le province sembra ormai essere consolidata l’ipotesi di una riduzione, se non altro come «organi di decentramento», secondo l’originario art. 129 della Costituzione, per le regioni non si sente verbo, anche se sarebbe da capire quale ragione oggi (non sul piano storico, come avvenne subito dopo la seconda guerra mondiale) giustifichi l’esistenza di una micro regione autonoma come la Valle d’Aosta, la cui medesima permanenza come semplice provincia sarebbe messa in discussione dai criteri suggeriti dal governo. Lo stesso andrebbe detto per il Molise, regione creata artatamente con conseguente necessità di istituire perfino una mini provincia, come quella d’Isernia. Tacciamo che la soppressione netta delle regioni, di tutte le regioni (come per vent’anni predicato dalla destra e in parte dal centro) sarebbe la soluzione migliore per tanti problemi.

Quanto ai comuni, i dati provvisori del censimento 2011, resi noti dall’Istat pochi giorni fa, parlano da soli. Su 8.092 comuni, ben 846 hanno meno di 500 abitanti. Dunque, oltre un decimo dei comuni italiani ha popolazione inferiore a un grande condominio di una città. Vediamo le successive classi: 1.096 comuni contano da 501 a 1.000 abitanti; 1.615, da 1.001 a 2.000; 993, da 2.001 a 3.000; 678, da 3.001 a 4.000; 471, da 4.001 a 5.000; e, ancora, 1.187 enti vanno da 5.001 a 10.000 abitanti. Per agire con razionalità, occorrerebbe un impeto giacobino, al fine di accorpare migliaia di piccoli enti locali. Ovviamente le resistenze degli amministratori interessati e delle popolazioni dipendenti sarebbero formidabili.

Si avvertono, tuttavia, già inviti in tal senso provenienti sia dalla stampa, sia dal mondo politico. Per esempio, Emma Buondonno, docente di progettazione urbana a Napoli, rilevava su Il Mattino («Comuni al voto e territorio da riorganizzare», 16 aprile) l’assurdità dei troppi enti locali sull’isola d’Ischia e sulla penisola Sorrentina. A proposito di isole, Antonio Martino usa frequentemente l’esempio dell’Elba, ove l’ex ministro trascorre le vacanze, come modello negativo dell’esistenza di troppi comuni, bastandone (come nell’isola d’Ischia) uno solo. Anche l’Udc si è espressa ripetutamente per accorpare i piccoli comuni. Passando dalla politica all’antipolitica, pure Beppe Grillo, in un recente comizio tenuto ad Asti, si è dichiarato contrario ai troppi comuni. Il governo avrà mai il coraggio di inserire in qualche provvedimento concrete proposte per accorpare gli enti locali?

Fonte: Italia Oggi

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