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Tagli ai Comuni, allarme default nei piccoli centri

Cresce l’allarme sulla sostenibilità dei tagli agli enti locali passati ieri in Conferenza Stato-Città, soprattutto fra i Comuni medio-piccoli, le Province e le Città metropolitane. In gioco non c’è il valore complessivo della sforbiciata, 2,2 miliardi di euro, già fissato dall’ultima legge di stabilità, ma gli effetti delle modalità di distribuzione dei sacrifici. L’Anci, per bocca del coordinatore nazionale piccoli Comuni, Massimo Castelli, parla di «rischio default per centinaia di enti», a causa di «un eccesso di tecnicismi che producono distorsioni da correggere»; per le Province, invece, il nodo è anche nella richiesta da un miliardo di euro, giudicata «insostenibile» nel suo complesso, con risultati nelle singole amministrazioni «da verificare caso per caso».

I numeri definitivi dovrebbero emergere domani, quando è prevista la pubblicazione del Dpcm che accoglie le note metodologiche discusse ieri in Conferenza e indica negli allegati gli effetti sulle risorse di ogni singolo ente locale. L’obiettivo di fondo, indicato in modo piuttosto generico dalla legge di stabilità ma rilanciato a più riprese da Palazzo Chigi, è stato quello di «superare» in un colpo tagli lineari e spesa storica, per puntare con decisione sui “prezzi giusti” delle funzioni locali misurate in base a sistemi di fabbisogni standard.
Rispetto alle ipotesi iniziali, i sindaci hanno ottenuto un primo risultato evitando che la ripartizione dei tagli fosse proporzionale ai «consumi intermedi», come già accaduto per i 563,4 milioni chiesti quest’anno dal decreto sul bonus Irpef, e diventasse invece proporzionale alle risorse a disposizione di ciascun ente. Il problema, però, è rappresentato dalle modalità della perequazione, cioè del meccanismo che dovrebbe trasferire fondi dai Comuni più “ricchi” a quelli più “poveri” sul piano fiscale: per gestire questo traffico di euro è stata misurata in ogni Comune la differenza fra i soldi che sono necessari alle funzioni locali e quelli che vengono garantiti dalle capacità fiscali standard ma, sostengono gli amministratori locali, questo meccanismo finisce per colpire soprattutto i piccoli Comuni e le grandi città. Per un insieme di ragioni strutturali, infatti, il rapporto fra risorse disponibili e popolazione è più basso nei Comuni di fascia media, con la conseguenza che i tagli si fanno più pesanti negli enti che da questa media demografica si trovano più lontani. Il problema fondamentale è rappresentato dal salto rispetto alla situazione dell’anno scorso, accentuato dal fatto che secondo le prime stime circa 2mila Comuni subirebbero tagli superiori dal 20 a oltre il 100% rispetto ai tagli già previsti dalla legge.

Su Province e Città metropolitane il metodo è ancora più “innovativo”, perché tutti i calcoli sono stati condotti in base all’analisi dei fabbisogni relativi alle diverse funzioni, con l’unico limite per il quale il taglio non può superare il 30% della spesa corrente media 2010-2012 registrata in ogni ente (e depurata delle funzioni delegate). A raggiungere questo picco, in base ai numeri già elaborati e allegati alla nota metodologica (consultabile sul Quotidiano degli enti locali e della Pa all’indirizzo www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com), sono 8 Province (Monza, Padova, Verona, Vicenza, Prato, Latina, Avellino e Taranto) è la Città metropolitana di Firenze, ma sono parecchi i casi in cui la stretta oscilla fra il 20 e il 30% della spesa media. A Roma, per esempio, il taglio è di 89 milioni, cioè il 24,9% delle uscite correnti medie, mentre va un po’ meglio a Napoli (16,4%) e molto meglio a Milano (6,6%). Da queste cifre nascono gli allarmi sul rischio sostenibilità per gli enti più colpiti, che il Governo però respinge sulla base del fatto che la misura dei tagli a ogni amministrazione è stata pesata sul “costo efficiente” dei servizi che è chiamata a svolgere. 

Sempre in fatto di enti di area vasta, Comuni e Province hanno rilanciato ieri sull’urgenza di definire «i numeri del personale da destinare ai processi di mobilità», chiedendo di «accelerare» in una circolare rivolta a tutte le amministrazioni interessate: per aiutare questo processo, la circolare riporta anche un modello di delibera che può essere utilizzato in ogni ente. L’indicazione è in linea con quella offerta martedì dalla Funzione pubblica, in una nota in cui sottolinea la possibilità per Province e Città metropolitane di procedere in modo «autonomo» nell’individuare le eccedenze anche nei tanti casi in cui le leggi regionali di riordino delle funzioni non sono state approvate. Nel testo definitivo della circolare è stato cancellato invece il riferimento al trattamento accessorio dei dirigenti, che quindi dovrebbe essere integralmente garantito in caso di mobilità. 

Fonte: Il Sole 24 Ore

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