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Un’imposta che va rifondata

Gli emendamenti al Dl di semplificazione fiscale in materia di Imu lasciano tanti dubbi e mettono i comuni in uno stato di incertezza fino a ottobre.
L’Imu sperimentale è stata introdotta con il decreto “salva Italia”. Si tratta di un’imposta complessa che contiene due tipologie di prelievo: la vecchia Ici e una patrimoniale. A differenza dell’Imu come configurata nel decreto legislativo sul federalismo municipale n. 23, l’Imu sperimentale quindi ha una componente statale molto forte che ne ha snaturato l’idea originaria. Nel decreto 23, infatti, l’Imu saldava due imposte (Ici e Irpef sugli immobili) e restava tutta nelle casse comunali per finanziare una buona parte delle funzioni dei comuni.
L’introduzione della componente patrimoniale (errata anche sul piano squisitamente tributario) ha complicato notevolmente le cose perché l’Imu è diventata un modo per lo stato per fare cassa a scapito dei comuni. Si fa passare attraverso una decisione comunale un prelievo che per il 50% del gettito delle case diverse dalla prima andrà direttamente allo stato. Se ve ne fosse bisogno la conferma di questa affermazione è data dalla modalità di riscossione (F24 e non bollettino comunale), dall’impossibilità di adottare regolamenti autonomi per i comuni, dall’imponibilità degli immobili di proprietà comunale (vuol dire che il comune sui suoi beni deve pagare lo stato!!) e adesso dal fatto che si fa pagare la prima rata sulla base dell’aliquota stabilita dalla legge e non dal comune.
Gli effetti di queste decisioni sono evidenti e fortemente rischiosi. In questo modo i comuni dovranno farsi carico di aumentare la pressione fiscale e alzare le aliquote non per dare nuovi servizi o migliorare quelli esistenti ma solo per compensare i tagli fatti dal governo e i cui benefici sui conti pubblici sono stati già contabilizzati anche se non sono certi. Si avrà un’ulteriore crisi di liquidità perché verranno a mancare molte risorse (parliamo di miliardi) a causa del taglio del fondo di riequilibrio, da un lato, e il pagamento dell’aliquota standard, dall’altro. Se i conti di Ifel saranno confermati dai fatti, inoltre, a settembre ci accorgeremo che la coperta è corta: le stime dell’Imu sono state ottimistiche e di conseguenza i comuni hanno subito tagli ingiusti che andrebbero compensati. Ma il nuovo testo del decreto legge sembra già dare per scontata questa ipotesi prevedendo, tuttavia, che non vi saranno nuove risorse anche in caso che gli errori di stima fossero confermati.
La confusione regna sovrana e occorre subito rimettere le mani su tutto l’impianto dell’Imu sperimentale e tornare all’idea originaria della legge 42, prevedendo che l’imposta sia comunale e al massimo si preveda uno scambio fra gettito e trasferimenti. Nella sostanza si potrebbe arrivare a un comparto dei comuni che avrebbe un’entrata tributaria totalmente autonoma di circa 22 miliardi ad aliquota standard di cui una parte – in base alle capacità fiscali di ogni comune – sarebbe devoluta a un fondo perequativo da distribuire secondo le capacità fiscali e secondo i fabbisogni standard attraverso un accordo di conferenza stato-città e autonomie locali. Un sistema chiuso che responsabilizzerebbe tutti i comuni e che ristabilirebbe un rapporto sano fra cittadino-contribuente e amministrazione locale.

di Angelo Rughetti
Segretario generale dell’Anci

Fonte: Il Sole 24 Ore

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