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Il caos della Tari dimentica gli sconti ai negozi chiusi

Fonte: il sole24ore

di Gianni Trovati

TARIFFE LOCALI / FUORI ONDA
La Tari è nel caos. In sé la frase riporta una non notizia, un po’ come la «nebbia in Val Padana» nei bollettini meteorologici degli anni ’80, perché l’intreccio incomprensibile delle regole accompagna le tasse sui rifiuti da almeno un decennio, durante il quale hanno cambiato nome cinque volte. Ma un caos fiscale, o tariffario per essere più precisi, dà ancora più fastidio nel corso di una gelata economica come quella creata dal Covid. Lo dimostra l’ultimo botta e risposta fra la Confommercio e i Comuni sul tema (si veda la cronaca a pagina 19). «La Tari vale circa 9,7 miliardi di euro ed è aumentata dell’80% in dieci anni», attaccano i commercianti. «Non è vero – ribattono i Comuni -, gli aumenti in dieci anni sono intorno al 25% perché il confronto deve comprendere oltre alla vecchia Tarsu anche con la tariffa d’igiene ambientale» (vero, altro effetto collaterale del caos). «L’80% dei Comuni non ha applicato il nuovo metodo tariffario disegnato dall’Autorità di settore, l’Arera», aggiunge Confcommercio. «Ma quel metodo rischia di produrre rincari ulteriori – spiegano i sindaci – e le proroghe sono state dettate dalle leggi emergenziali». Leggi emergenziali, e qui arriva il punto più delicato, che dopo una certa attenzione iniziale, un anno fa, si sono poi dimenticate di negozi, ristoranti, bar e attività economiche in genere chiuse o semi-chiuse dalle misure anti-contagio. All’inizio si diedero fondi ai Comuni per finanziare gli sconti. Poi più nulla. Nemmeno oggi, con l’Italia colorata di rosso e arancione, esistono interventi nazionali sulle riduzioni Tari, lasciate al buon cuore e al bilancio dei singoli Comuni (Roma ha appena annunciato un maxirinvio a fine 2021 della Tari 2020). La dimenticanza dovrebbe essere sanata nel prossimo decreto «imprese», a quanto filtra dai lavori tecnici sul tema. Meglio tardi che mai.
Rassegna stampa in collaborazione con Mimesi s.r.l.

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