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Gli aumenti lineari moltiplicano le storture

L’Imu è un tributo da manovrare con cura. La nuova imposta comunale, infatti, genera a monte delle disparità di trattamento che non devono essere esasperate dagli enti locali ma, se possibile, attenuate.
L’Imu sostituisce l’Irpef sui redditi fondiari degli immobili non locati. Ne deriva che mentre per le case a disposizione è corretto elevare l’aliquota, è errato invece gravare sugli immobili locati, su quelli appartenenti a imprese e a soggetti Ires. In questi casi infatti l’Imu, che ha un’aliquota media più elevata dell’Ici, si somma alle imposte sui redditi. Senza contare l’impatto sociale che potrebbe avere il messaggio secondo cui gli immobili locati pagano complessivamente di più delle case a disposizione. Ciò, proprio nel momento in cui con l’introduzione della cedolare secca si tenta di far emergere gli affitti in nero.
A questa situazione di partenza sperequata, che richiede attenzione nella scelta della aliquote, si aggiunge la distorsione creata dalla quota di imposta erariale. Il 3,8 per mille dell’imponibile Imu va infatti allo Stato, anche se il comune dovesse decidere aliquote ridotte. Ugualmente, eventuali detrazioni adottate a livello locale peserebbero solo sul gettito locale. Non va dimenticato inoltre il taglio ai trasferimenti statali che sarà calcolato sulla base del gettito stimato ad aliquota standard. Si tratta di un ulteriore disincentivo ad applicare aliquote basse. In tutto ciò aleggia una mina sui conti comunali che potrebbe anch’essa tramutarsi in una stangata ai cittadini. Si tratta del rischio che sui beni propri, non adibiti a compiti istituzionali, l’ente si ritrovi a pagare il balzello del tutto imprevisto della quota di imposta erariale.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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