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Le province andavano abolite tutte. Così, è un pasticcio

Province: sì o no? Una discussione vecchia di 150 anni. E anche più, quando si pensi che già Cattaneo nel suo scritto su «La città» (1858) aveva indicato nel comune il principio ideale della nostra storia: «La città è l’unico principio per cui i trenta secoli della istoria italiana siano leggibili. I comuni sono la nazione; sono la nazione nel più intimo asilo della libertà».
Una tesi che anche l’ultimo Mazzini aveva condiviso. Avevano capito che i comuni (area ristretta) e le regioni (area vasta) dovevano essere gli enti di organizzazione del territorio. Invece, fatta l’Italia, il territorio venne diviso per province, rette da un prefetto di nomina governativa: statalismo e centralismo, come in quella Francia da cui furono imitate. L’Italietta e ancor più il fascismo se ne servirono, non certo per dare democrazia. Erano piccoli feudi del potere centrale, come intuì Luigi Einaudi nel 1944, col suo famoso saggio: «Via il prefetto!».
Nell’Italia democratica il problema si ripropose e non pochi costituenti volevano eliminarle. Prevalse il mantenimento. Quando poi, nel 1970, entrarono in funzione le regioni si capì che le province, con le loro scarsissime competenze, non servivano proprio. E politici griffati, come La Malfa e Berlinguer, ne proposero l’abolizione.
Ne discussero due Bicamerali, con Bozzi e De Mita-Jotti. Ma tutto rimase come prima, anzi peggio di prima. Le province aumentarono, erano 91, divennero 110. La partitocrazia aveva vinto: più che istituzioni amministrative efficienti le province erano costosi uffici di collocamento per travet raccomandati e per politici in scuola guida o in pensione.
Ma il problema si è riproposto con la crisi economica, che imponeva di ridurre i costi della elefantiaca e handicappata macchina statale. Nessuna classe politica, ovviamente interessata a mantenere privilegi, poteva dare una risposta.
Ma il governo dei tecnici, appena in carica, dette un forte squillo di tromba: il decreto «Salva Italia» (4 dicembre 2011) prevedeva, per ridurre le spese, di eliminare le province.
Ma ben presto la tromba è diventata una trombetta: da «Salva Italia» a «Salva Province».
Eliminarle? Difficile, meglio ridurle. L’operazione è partita, ma siamo ancora nei preliminari e le province cercano con ogni mezzo di ostacolare la riduzione: deroghe, accorpamenti, spostamento di comuni, specificità territoriale, tradizione storica; e, soprattutto, il ricorso alla Corte Costituzionale, che può bloccare la decisione di mesi, in attesa che un nuovo governo politico possa mantenere queste «greppie».
Vinceranno i «furbetti». La previsione più probabile è che, tra salvate e accorpate, nelle regioni a statuto ordinario ne resteranno in piedi, anzi sedute, circa cinquanta. Più parte non piccola delle 29 province delle regioni «speciali», più le dieci città metropolitane.
Il qualcosa è sempre meglio del niente. Un piccolo risparmio ci sarà. Ma il vero problema è un altro. Se le province, che sono i meno fattivi enti territoriali, non servivano, andavano cancellate tutte. Cancellarne solo una (piccola) parte, con due criteri matematici (estensione e popolazione) significa fare più enigmistica che amministrazione.
E il bello deve ancora venire. È facile capire cosa accadrà dopo: richiesta di altre competenze, difesa dei budget delle province accorpate, conflitti campanilistici sulla sede del capoluogo, proteste degli impiegati costretti al pendolarismo, lunghi confusi periodi di riordino e adattamento.
Monti poteva fare quello che i politici non avrebbero mai fatto. Era partito bene, poi ha scelto la cautela e la mediazione. Certo, per eliminare del tutto le province, introdotte dall’art. 114 della Costituzione, una legge ordinaria non bastava, ci voleva una modifica della Carta.
Ma se si è riusciti a modificare la carta in pochissimo tempo per obbedire alla Ue si poteva fare anche per le Province magari in contemporanea. con il Fiscal Compact. Faute de mieux, Monti ha ripiegato su una soluzione accomodante e un po’ pasticciata. Rinunciando così a quasi tutti i vantaggi che con una decisione coraggiosa e coerente si sarebbero potuti avere.

Fonte: Italia Oggi

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