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Patto di stabilità dribblato da 143 comuni

Centoquarantatré comuni, perlopiù di medio-piccole dimensioni, e quattro province, di cui due lombarde. Ecco la lista degli enti locali virtuosi, quelli più bravi a riscuotere le tasse e a ridurre le spese, che è stata predisposta dal Mef (> la bozza) e ora attende solo il via libera della Conferenza unificata. Il premio per questi enti sarà la possibilità di non rispettare i vincoli imposti dal Patto di stabilità 2012. Anche se, a causa dei parametri utilizzati nella scelta, nell’elenco risultano paradossalmente inclusi pure enti che hanno sforato il Patto 2011. Tutto, come noto, nasce con la manovra di luglio (dl 98/2011), che, al fine di differenziare il concorso degli enti territoriali alle manovre di finanza pubblica, ha previsto di ripartirli in quattro classi di merito sulla base di una lunga lista di parametri.
Con la legge di stabilità (legge 183/2011), le classi scendono a due e circa la metà dei parametri viene sospesa o cancellata.
Nel frattempo, però, il conto imposto ai comuni per il risanamento dei conti pubblici si era fatto più salato, con l’ulteriore manovra di Ferragosto (dl 138/2011), cui, da ultimo, si è aggiunto il decreto «salva Italia» (dl 201/2011).
I posti nel vagone dei virtuosi, quindi, sono diventati sempre più ambiti: chi viaggia in prima classe, infatti, non concorre (come recita testualmente l’art. 20, comma 3, del dl 98) «alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica». Per quanto concerne il Patto di stabilità interno, ciò significa che agli enti virtuosi è assegnato un saldo obiettivo pari a zero, mentre tutti gli altri devono rispettare targets ben più pesanti. Al momento, invece, non è chiaro se la virtuosità consentirà anche di recuperare, almeno in parte, i tagli a valere sul fondo sperimentale di riequilibrio (si veda ItaliaOggi del 9 marzo). Scorrendo l’elenco allegato alle schema di decreto, salta all’occhio la quasi totale assenza di grandi comuni: l’unico di una certa dimensione è Brescia, mentre gli altri sono tutti enti di piccole o medie dimensioni. Molto dipende dal meccanismo prescelto per distribuire le premialità, che scarica sui non virtuosi la quota della manovra abbuonata ai primi della classe.
Per evitare di penalizzare i meno bravi, la legge 183, quindi, ha introdotto a loro favore una clausola di salvaguardia, che impedisce ai rispettivi obiettivi di superare un tetto massimo. Ciò ha ridimensionato le cifre in gioco, costringendo a inserire nella rosa dei virtuosi un numero contenuto di enti e a trascurare le grandi città, che da sole avrebbero più che esaurito i margini finanziari disponibili. Ecco perché, oltre alla «Leonessa d’Italia», il solo altro comune capoluogo inserito nell’elenco è Verbania.
Molto più snella, ovviamente, la lista delle province, che include gli enti di area vasta di Bari, Lodi, Sondrio e Vicenza. La scelta è stata operata sulla base di quattro parametri:

  1. rispetto del Patto;
  2.  autonomia finanziaria (misurata rapportando al totale delle entrate correnti la somma delle entrate tributarie ed extra-tributarie);
  3. capacità di riscossione (intesa come rapporto fra le entrare di parte corrente riscosse e accertate);
  4. equilibrio di parte corrente (costituito dalle entrate correnti meno le spese correnti, al netto del rimborso delle anticipazioni di cassa e del rimborso anticipato dei prestiti).

Invero, il rispetto del Patto è stato considerato come una sorta di «pre-requisito», nel senso che gli enti che non erano in regola con tale parametro sono stati esclusi a priori. Colpisce, tuttavia, che a tal fine non sia stato assunto un riferimento temporale pluriennale (per esempio, il triennio 2009-2011), ma annuale. Ma più ancora, fa specie che, come anno, sia stato considerato non il 2011 (che è l’ultimo anno rispetto a cui si dispone di dati sul Patto definitivi, certificati solo pochi giorni fa dagli enti), ma il 2010. Fra i virtuosi, quindi, si ritrovano alcuni enti che hanno sforato il Patto 2011 (oltre che in altri anni, anche recenti). Un bel paradosso.

Fonte: Italia Oggi

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