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Un solo mattone per due bilanci

Il padre di tutti i problemi dell’Imu, naturalmente, è il bilancio pubblico. L’imposta è municipale di nome, ma nei fatti i proprietari di immobili devono mettere mano al portafoglio per salvare con lo stesso strumento sia i conti dello Stato sia quelli del Comune. L’Imu, infatti, è protagonista nel decreto «Salva-Italia», che la utilizza per garantire al bilancio statale poco meno di 10 miliardi all’anno con la «quota erariale». Questa assorbe il 50% del gettito (calcolato ad aliquota base e senza sconti) sugli immobili diversi dall’abitazione principale. Nascono da quest’esigenza i moltiplicatori che gonfiano del 60% il valore catastale (20% nel caso degli immobili industriali) su cui si applica l’imposta. Il nuovo meccanismo, unito ai tagli portati ai fondi di riequilibrio (1,45 miliardi di sforbiciata secca, a cui si aggiungono 1,62 miliardi di ulteriore stretta che dovrebbe compensare un extragettito Imu stimato dal Governo ma contestato dai sindaci), rende difficile la quadratura dei conti, e in molti Comuni spinge inesorabilmente le aliquote al rialzo. Il rischio, per questa via, è però di ingigantire i difetti genetici dell’Imu. L’esigenza di risorse ha spinto infatti il Governo a creare una disciplina più rigida rispetto a quella dell’Ici, mentre la spinta opposta a tutelare la famiglia ha prodotto un sistema di detrazione che tratta allo stesso modo redditi fra loro diversissimi. Nel nuovo sistema, per esempio, si riducono le pertinenze dell’abitazione principale e si ostacolano le possibilità dei Comuni di prevedere sconti per categorie particolari di immobili. Anche mantenendo le aliquote di riferimento fissate dalla legge, per esempio, gli immobili dati in affitto incorrerebbero in aumenti del 70-100%, ma per quelli a canone concordato (che prima godevano di un incentivo fiscale in quanto utilizzo «virtuoso» da premiare) l’incremento può essere del 6-700%. Unici superstiti dalle raffiche di aumenti sono i proprietari di immobili tenuti vuoti: questa categoria, sicuramente non meritevole di incentivi a prescindere dagli affitti in nero che può nascondere, finisce per ottenere piccoli sconti rispetto al passato, perché con l’Imu tramonta l’Irpef sui redditi fondiari pagata fino al 2011 da chi ha immobili «a disposizione». Con un meccanismo come questo, anche nelle città dove le esigenze di bilancio spingono al massimo la richiesta, il passaggio dall’Ici all’Imu si rivela per le case vuote decisamente meno traumatico che per le altre categorie. In questa sorta di meritocrazia fiscale al contrario, a uscire penalizzati sono anche i proprietari di negozi e le piccole aziende, che tra credit crunch e pagamenti in ritardo biblico hanno oggi un nuovo peso sui bilanci già in difficoltà.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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