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Imu-capestro anche in Piemonte

«Sono numerose le aziende torinesi alle prese con il problema dell’Imu sugli impianti imbullonati. Metalmeccaniche, alimentari, della plastica. Ma spesso hanno ancora i contenziosi aperti e non vogliono parlare». All’Unione industriale di Torino chiariscono, in questo modo, quale sia il rapporto tra il contribuente e l’amministrazione pubblica.

Altri hanno minori problemi a rendere pubblici gli esborsi. Francesco Profumo, presidente di Iren, spiega che per il gruppo l’Imu sui soli impianti energetici costa quasi 10 milioni di euro.
«Il problema – prosegue Giuseppe Gherzi, direttore dell’associazione imprenditoriale subalpina – non è soltanto quello dei pagamenti. Perché siamo in balia dell’interpretazione libera delle norme. Quando il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, era venuto a Torino nello scorso autunno, aveva garantito che il problema sarebbe stato risolto. Non è stato risolto».
Così si procede a macchia di leopardo. Con valutazioni difformi a seconda dei differenti territori. Roberta Cornaglia – una delle titolari dell’omonimo gruppo di famiglia che opera nel settore dell’automotive con oltre 200 milioni di euro di fatturato, quasi mille dipendenti, otto stabilimenti in Italia e tre all’estero – spiega che tra gli impianti imbullonati, per i quali si deve pagare, rientrano i pannelli fotovoltaici installati sul tetto delle unità produttive. Mentre c’è la più totale incertezza per quanto riguarda le presse.

«In teoria – spiega Cornaglia – lo Stato ritiene che i beni ammortizzati non siano sottoposti a rendita. Ma per i funzionari del Fisco si tratta invece di “imbullonati” che devono pagare».
Quindi ogni azienda si troverà a fare i conti con le diverse interpretazioni delle differenti agenzie. E laddove i Comuni avranno maggior necessità di far cassa, è prevedibile che si debba pagare. Quanto? Anche su questo fronte non esistono certezze. Le rendite vengono decise caso per caso «e il valore – sottolinea Cornaglia – tende ad essere quello commerciale». 
Sui ricorsi – avvertono all’Unione industriale – non si può sempre fare affidamento. «In qualche caso –precisano all’associazione imprenditoriale – il ricorso è stato accolto integralmente, in altri casi sono stati conteggiati tutti gli impianti per un valore doppio rispetto a quanto dichiarato. Dopodiché è arrivata la proposta di chiudere il contenzioso ad una cifra intermedia».
Non proprio il massimo per chi chiede regole sicure e costi certi.

«Non è il costo del lavoro a frenare gli investimenti stranieri in Italia – assicura Cornaglia – ma queste situazioni, questi comportamenti». Per fortuna il gruppo non intende delocalizzare ma apre nuovi stabilimenti all’estero solo per servire i rispettivi mercati.

Così come non possono delocalizzare, per evidenti ragioni, le società proprietarie degli impianti di risalita nelle località di montagna. Anche loro, se non si interviene, dovrebbero pagare l’Imu sugli impianti. «Una assurdità – protesta Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere – perché già devono far fronte ad investimenti estremamente onerosi, con la possibilità limitata di sfruttamento degli impianti perché la stagione invernale è breve e quella estiva molto meno remunerativa. Con l’Imu sugli impianti di risalita si penalizza il turismo e, di conseguenza, interi territori che vivono di turismo». La sola Lift di Limone Piemonte, la società degli impianti, dovrebbe pagare circa 200mila euro, con l’interpretazione più restrittiva, cioè se venisse negato il riconoscimento di trasporto di pubblico interesse in concessione , così come è stato sino a ora. 
Sotto questo aspetto dovrebbe andar meglio alla Valle d’Aosta. Augusto Rollandin, presidente della Regione autonoma, spiega di essere in attesa di chiarimenti, «perché per ora di chiaro non c’è assolutamente nulla». Ma è evidente che se le scelte dipendessero dai territori, per gli impianti di risalita della Vallée la situazione sarebbe meno preoccupante, visto che la proprietà è regionale nella stragrande maggioranza dei casi. 

E lo stesso vale per altri impianti industriali. A partire da quelli del settore energetico, considerando che Cva, la Compagnia Valdostana delle acque, fa capo alla Regione. «Ed è difficile – afferma Monica Pirovano, presidente di Confindustria Valle d’Aosta ed amministratore delegato della Cogne (acciai) – che, se il problema passa alle agenzie territoriali, la Regione si faccia pagare da se stessa». Anche per questo Pirovano è abbastanza serena per quanto riguarda eventuali richieste di pagamento alla stessa Cogne. 

Molto meno sereno è Franco Biraghi, presidente di Confindustria Cuneo. Nella sua azienda, la Valgrana di Scarnafigi, voleva investire, «pensavo ad un magazzino autoportante ma, in questa situazione, dovrò valutare se realizzarlo in cemento: meno ecologico, meno bello, forse più costoso inizialmente ma almeno pago meno Imu». Il presidente ricorda inoltre che l’incasso dell’Iva è calato dell’8%, «la dimostrazione che le aziende non possono più andare avanti». Se si uccide la gallina, è difficile illudersi di avere ancora uova. E nei giorni scorsi anche Paolo Vitelli, patron dell’Azimut Benetti, aveva protestato contro le “patrimoniali occulte” sui macchinari utilizzati dalle imprese per le loro attività.

Compresi quelli – aggiunge Dino Scanavino, presidente della Confederazione italiana agricoltori – per i coltivatori diretti che producono il vino. Non si paga l’Imu sui pannelli fotovoltaici sui capannoni agricoli, ma si paga la Tasi sui pannelli a terra. Nessuna Imu, invece, sui macchinari in cantina, compresi quelli di maggiori dimensioni.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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