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L’Imu potrebbe diventare come il canone della Rai

Lunedì prossimo si gioca, forse, la partita più importante del governo Monti. Il 18 scade il pagamento della prima rata dell’Imu, l’imposta sugli immobili reintrodotta dal decreto Salva-Italia, uno dei pilastri della manovra di bilancio dell’esecutivo tecnico. L’imposta, sul piano del gettito, è una vera incognita. Per almeno tre ragioni. La recessione in corso accompagnata dalla crisi di liquidità sistemica, che incide non poco sulle scelte di vita quotidiana degli italiani. Il ventennio berlusconiano che (anche se non era vero) ha sempre proposto la ricetta del «non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani» come proprio programma. La mutazione delle tendenze della società: ciò che era sentito e vissuto come dovere fiscale 20 anni fa in maniera relativamente omogenea potrebbe assumere sfumature variegate oggi rispetto all’obbligo di adempimento spontaneo. Il rischio, per dirla direttamente, è quello che l’Imu si trasformi in un nuovo canone Rai, un tributo ampiamente evaso dagli italiani e non pagato spontaneamente. Secondo una recente indagine del Codacons, ben il 27% dei contribuenti evade il pagamento annuale in favore del servizio pubblico radiotelevisivo, una percentuale enorme se fosse effettivamente vera. Per mettere in crisi l’Imu basterebbero percentuali di gran lunga inferiori. Il fisco, nella sua capacità di tenuta, si fonda sull’adempimento spontaneo della quasi totalità dei contribuenti. Compliance, la chiamano gli anglofoni per indicare il pagamento da parte dei cittadini delle tasse dovute senza alcuna sollecitazione da parte dell’amministrazione. È chiaro che, se l’Imu registrasse una bassa compliance, allora ci sarebbe davvero di che preoccuparsi. Non soltanto per il buco nel gettito che si verrebbe a creare, ma anche perché segnalerebbe una frattura non facile da ricucire tra il corpo elettorale e la classe politica. Il brocardo «no taxation without representation» (niente tasse senza diritto al voto) andrebbe rideclinato secondo le logiche della rappresentazione democratica contemporanea: non è più il solo Parlamento che decide quali imposte mettere ma anche la democrazia partecipativa e allargata prodotta dal web e dalla rete. Senza contare che, una elevata non compliance dell’Imu, costringerebbe la macchina fiscale a milioni di accertamenti, come dire che la manderebbe in panne. Tutte le amministrazioni sono organizzate per gestire l’eccezione quantitativamente contenuta non per far fronte a una disobbedienza civile di semimassa. Per queste ragioni il premier Monti farebbe bene a ricordare agli italiani quanto sia importante il pagamento dell’Imu per la loro permanenza nell’euro.

Fonte: Italia oggi

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